giovanni.calori

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Cime della Màrzola

 

Sulla Cima Sud della Màrzola,

quota 1738 metri

 

 

 

 

 

Antiche "calcare" e mappe digitali

 

 

A poca distanza da Trento, superata dallo slancio del turista frettoloso di raggiungere un escursionismo più "griffato" appartenente a località più conosciute, c'è una bellissima montagna che, praticamente ad ogni periodo dell'anno sa offrire una buona antologia del piacere di andar per cime e anche qualche bella sorpresa.

 

Se da Trento risalite la SS47 della Valsugana, trovate sulla destra l'indicazione per Povo. Attraversata una rotonda nei pressi del paese seguite le indicazioni per il Passo del Cimirlo dove, ancora a destra, una strada asfaltata ma stretta (attenzione) dopo 8 km porta ad uno slargo a destra nel bosco, prima della Malga Maranza, dove si può parcheggiare.

 

Una pittoresca mappa della zona è riportata su una tavola a fianco dell'edificio e decido per farne un paio di scatti, così, istintivamente. Mi piace fotografare ciò che mi colpisce, anche se ancora non sapevo che quelle foto mi sarebbero -in seguito- tornate utili (*).

Due chiacchere con i gentili gestori e dietro la malga sale subito nel bosco il bel sentiero n.412 che, dopo un tratto particolarmente ripido offre subito una curiosa novità. Si tratta di una calchéra (vedi foto a destra), una fornace costruita in pietra a secco destinata alla produzione della calce, lavoro anticamente molto diffuso in luoghi ricchi di pietre calcaree e legname come questa regione del Trentino.

La calce, grazie al suo vasto impiego nell'edilizia, ma anche come disinfettante (per combattere la diffusione dell'afta epizotica nei bovini ed i contagi nelle sepolture di malati infettivi) e antiparassitario (nella lotta contro la peronospera, che danneggiava la vite), era un prodotto molto richiesto, particolarmente in un periodo che va, all'incirca, tra la fine del 1600 e metà del 1800. Per poco meno di due secoli, dunque, le calcare costituirono un' importante fonte di reddito e benessere per le comunità montane che univano così agricoltori, pastori e boscaioli, in un'attività sfruttata anche da commercianti, trasportatori e dal potere amministrativo locale che, spesso, si trovò a gestire direttamente le squadre di lavoratori addetti alla fornace, oltra a regolamentare l'attività di produzione della calce.

La calchéra (o, in italiano, calcara) veniva generalmente realizzata vicino ad un bosco, su terreno facilmente lavorabile, dove si scavava una profonda buca circolare e, con pietre resistenti al calore (graniti o massi erratici) si perimetrava l'area innalzando una specie di "igloo" troncoconico con una bocca laterale per l'alimentazione del fuoco di cottura e l'estrazioni delle ceneri. Intanto, un abile esperto selezionava le migliori pietre, quelle più ricche di carbonato di calcio (ovvero a basso tenore di magnesio) che venivano fatte trasportare vicino alla calcara, tenendo in considerazione che la cottura consentiva di ottenere, come prodotto finito, circa la metà -in peso- del grezzo raccolto. Così, con le pietre piu grosse calate per prime nel fondo del tumulo, quest'ultimo, colmato e ricoperto d'argilla, veniva acceso dalla bocca inferiore e mantenuto costantemente alimentato con intere fascine di legna.

Doveva passare una settimana di fuoco continuo ad oltre 900 gradi di temperatura (di notte le calcare in funzione erano uno spettacolo), perchè il fumo di combustione da freddo e nero diventasse rovente e quasi invisibile: era il segnale che si era giunti al termine del ciclo di cottura. Occorrevano un paio di giorni perchè il tumulo si raffreddasse, poi, tolta la copertura, si inziava a scaricare la calcara dall'alto e le pietre, ridotte così a calce grezza, venivano trasportate a valle per essere poi frantumate fino ad essere definitivamente polverizzate e utilizzate.

 

Riprendiamo il sentiero che risale la Costa dei Tovi, alternando ampie e panoramiche svolte a ripidi passaggi nel bosco, fino ad un bivio con stele commemorativa, dove bisogna deviare a destra, sempre sul segnavia 412 poi, oltrepassato l'innesto con la traccia che sale da Vigolo, dopo una ventina di minuti appare -posto in una bella spianata panoramica- il Bivacco Bailoni, a quota 1620 metri. Vale la pena sostare, approfittare dell'accogliente e ben tenuta ex casa forestale, una struttura in legno che assomiglia più ad un piccolo rifugio, dotato com'è di una cucina con tavoli e sedie e acqua di cisterna. Firmato il libro degli ospiti, dal retro della costruzione, sotto gli abeti, prosegue il sentiero che, in costante rimonta, raggiunge il crinale e poi, non più celato dalle quinte naturali della vegetazione d'alto fusto, lo segue in quella che -da qui in poi- sarà una panoramica cavalcata fra mughi e prati.

La prima vetta, la Cima Sud, offre 1736 metri di panorama assoluto.

Una dettagliata tavola circolare d'orientamento, invita alla contempletiva ricerca di dare un nome ad ogni angolo d'orizzonte, mentre verso nord è visibilissima, sul filo di crinale, la seconda cima della Marzola.

 

 

Una svelta discesa fra bellissimi mughi in vista della serpeggiante cresta che ci aspetta, ci fa calare alla Sella della Marzola, a 1670 metri, dove si possono notare alcuni ingressi di fortificazioni, poi risaliamo fino alla croce della Cima Nord, di soli 2 metri più alta anche se, da qui, la sensazione è l'esatto contrario, e la "piccola" Marzola Sud ci sembra alta e lontanissima.

Dietro alla cima, una decina di metri in discesa su roccette (in ombra, attenzione) sono l'unica difficoltà del sentiero che, lasciando sulla sinistra una piazzola per l'elisoccorso, si butta nel bosco con ripidi tornanti. Ad uno di questi, si stacca una traccia che consente di ammirare da vicino (o di scalare) la caratteristica guglietta detta "El Popo". Scesi a quota 1560m, il sentiero si innesta sul segnavia n.411 e diventa una marcata mulattiera di sottocrinale che porta, con ampi scorci panoramici, a sfiorare i vertiginosi e sgretolati spalti nord-orientali, sui quali veglia, lassù in alto, la Marzola Nord.

Oltrepassati sia un altro cippo commemorativo, che l'incrocio con il n. 436, si continua sempre sul 411, in falsopiano, per giungere allo "Spiàz delle Sédole", a 1350m, nel pieno del bosco. Ci sorge un dubbio: ci saremo allontanati troppo? E se stessimo percorrendo un giro troppo ampio? Avessimo almeno una mappa... Ma certo che l'abbiamo: è digitale! Il mio amico mi guarda armeggiare con la fotocamera: non sono impazzito, in realtà la mappa della zona l'ho fotografata stamattina(*), ricordate? Carico la scheda su cui ho memorizzato il file della foto del pannello di fianco a Malga Maranza e accendo la mia Coolpix 5000; il display a cristalli liquidi è un po' piccolo se confrontato con quello di un navigatore satellitare, ma ha un'ottima definizione: mi è sufficiente zoomare sulla zona dove ci troviamo... ed eccoci qui: al prossimo bivio, a sinistra! Infatti, a sinistra comincia il "Senter de le Pegore", ovvero il segnavia 426, un'ampio e vario tracciato che non abbandoneremo più fino alla fine dell'escursione. Potere della tecnologia digitale.

In allegria, attraversiamo fitte ed altissime abetaie, in una pace apparentemente priva delle leggi del tempo poi, oltre la grande Malga Nova arriviamo alla radura della "Prà dei Albi", dove ammiriamo un autentico monumento vegetale della Marzola: un antichissimo faggio di 33 metri di altezza per 420cm (!) di circonferenza del tronco. Troviamo qui, in visita al vecchio albero, una coppia di anziani, al cui cospetto ci sembrano dei bambini e questo ci fa riflettere sulla durata della vita umana di fronte ai tempi della Natura...

 

Il parcheggio è ormai dietro l'ultima curva e c'è rimasta solo la nostra auto.

Stasera finisce, con l'ora solare, anche questa bella giornata di fine inverno, anche se Luca ed io, lo scopriremo solamente domattina, al nostro risveglio.

 

info&links

Altitudine max: 1738m

Difficoltà: E

Dislivello: 678m

Tempo complessivo: circa 5 ore

Periodo consigliato: inizi primavera, tardo autunno

Mappa: clicca qui

Segnaletica: bianco-rossi in vernice, sentieri nn. 412, 411 e 426

Rifugi: Rifugio Malga Maranza (1060m) - Tel. 0461 920056

Libri: AA.VV., Marzola, la nostra montagna, Promo Service, Villazzano (TN), novembre, 2002.

 

 

giovanni.calori@gmail.com